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La mia missione
Si dice che il mio lavoro sia una missione. O ci si è portati o ti uccide.
Lo penso anch’io.
Vivere con la morte non è vivere, dicono anche.
Questo non lo penso.
Vivere con la morte è vivere di più. Inalare vita a ogni respiro, sentirla a ogni passo.
Vivere con la morte è capire la vita. Il valore che ha davvero, al di là di facili frasi incollate sul benpensare comune.
Cosa ne sanno loro, eh?
Cosa sanno di quello che significa passare giornate, e notti interminabili solcate da pallidi neon in corsia, silenzi spettrali, e lamenti di campanelli di soccorso in terapia intensiva?
Cosa vuoi che ne sappiano di quell’odore di disinfettante, che parla di dolore, disperazione, paura? Un profumo che mi prende alla gola appena entro in corsia e mi resta addosso fino a casa, quasi a ricordarmi che da qualche parte, non lontano dalle mie quattro mura rassicuranti, c’è un luogo in cui la gente lotta per continuare a esistere, senza differenze di estrazione sociale, religione o colore della pelle.
Cosa ne sa la gente di quelle orbite incavate, abitate da occhi che sembrano aggrapparsi a me, quando gli porto le medicine, o soltanto una parola di conforto?
Quei corpi, una volta vivi davvero, vigorosi, ora solo deboli colline sotto le coperte dei letti d’ospedale, che sembrano sudari anonimi, di un bianco glaciale.
Coltri placide, che riscaldano anime che stanno per partire per sempre, consapevoli e rassegnate, oppure combattive, feroci, tanto che mi pare di sentirle dibattersi nei corpi stanchi, e affiorare nelle mani che stringono la mia.
Spesso negli sguardi che colgo mi sembra di vedere qualcuno che prende a pugni il vetro infrangibile della sua cella, urlando silenzioso il suo dolore e la sua ira impotente. Vorrebbero fuggire da quella gabbia morente che è stata il loro prezioso corpo e che ora non vogliono più.
Il mio lavoro è una missione, sì. Non potrebbe essere altrimenti.
Ti ho sposato per il più banale dei motivi, Andrea. Il più ovvio, semplice, scontato. Ho pensato che tu eri Lui. Punto.
Come ho fatto non so, ma non mi accuso di nulla, alla fine.
Non c’è modo di saperlo, a quell’età, quando l’amore inietta morfina nella tua mente e la adagia su un letto di petali di rosa, per poi cullarla e sussurrarle quello che disperatamente vuol sentirsi dire.
Non c’è cura, via di fuga, da questo stato. Nessuno la vorrebbe comunque.
Ti ho amato subito, senza mezze misure, da quando ti ho conosciuto.
Io, piccola, sognavo un uomo come te, un militare, poi!
Non sapevo cosa ci trovassi in me, e la paura di perderti mi incollava a te col più tenace dei mastici.
Ti volevo, e ti ho sposato. Sapevo che sarei stata una moglie a mezzo servizio, tu saresti stato sempre fuori, in missione.
Partivi di notte, o la mattina presto, e non mi dicevi mai dove andavi, né quando saresti tornato.
A me stava bene così. Le tue assenze erano ferite sanguinanti, ma le tue licenze convalescenze impagabili.
Ho iniziato a vivere una vita a due facce, neanche fosse una moneta che volteggia nell’aria per svelarmi cosa sarebbe stato del giorno a venire.
Quando c’eri tu, ero moglie devota e innamorata. Vivevo alla tua ombra, dei tuoi silenzi riflessivi e degli attimi di gioia che decidevi di condividere con me. Vedevo fantasmi agitati dibattersi in te, e mi chiedevo cosa fosse accaduto nell’ultima missione. Cosa avessi vissuto.
Provavo anche a domandartelo, all’inizio, ma tu non rispondevi. Lo presi come un istinto protettivo nei miei confronti e, pur preoccupata per te, mi arresi al vederti sempre sereno, e felice, ai tuoi ritorni.
Quando non c’eri, la mia missione, in parallelo alla tua, prendeva il sopravvento. Andavo in ospedale con la mente ovattata, ma non da quel senso di distacco del quale accusano gli infermieri. No, non era distacco. Era consapevolezza di quello che andava fatto.
Tu salvavi vite e anch’io. Per quanto potevo, provavo a dare sollievo. Mi sentivo accomunata a te da questo.
Molte mie colleghe tiravano il lenzuolo sul viso dei morti e poi andavano a prendersi un caffé con le amiche, come se nulla fosse successo. Io no. Ogni morte è una perdita, per me, e la sua ineluttabilità mi ha sempre riempito di frustrazione, per l’impotenza che sembrava legarmi le mani in morse di ghiaccio. Quelli erano momenti in cui ho pensato di lasciar perdere tutto. La sofferenza è sopportabile, ma troppo spesso è anche un prezzo da pagare che non da nulla, perché le persone morivano lo stesso.
Era un pensiero che mi uccideva.
E tu? Partivi, tornavi, stavi via mesi senza che io sapessi nulla di te. Ma mi donavi una vita agiata, con i soldi che prendevi, tanto che più volte mi hai chiesto di lasciare il lavoro, perché non avevamo bisogno del mio stipendio.
Ma non è per quello che lo facevo, no. Era per sentire di aver vissuto un altro giorno senza averlo sprecato, anche se quel giorno era fatto di ore costellate di silenzi, attese, dolore.
Quando alla fine ho trovato il modo di dare un senso a quello che facevo, mi sono sentita finalmente utile.
È stato un periodo bello, finalmente, fino a quando si è spenta la luce, all’improvviso, neanche fosse caduto un fulmine sulla mia vita a far saltare il contatore.
Ti ho letto sui giornali. Sui giornali! Nemmeno ti sei degnato di farmi sapere prima cosa stesse per accadere!
Quel pasticcio in Uganda. “Consulenti” italiani beccati ad addestrare truppe e a lanciarle in battaglia per un signore della guerra. Tu! Proprio tu insegnavi alla gente a uccidere, e poi tornavi da me a sentirmi raccontare di quanto la morte sia sempre indecorosa, spoglia, fredda.
Io ti parlavo del dolore dell’umanità. Tu mi abbracciavi e poi tornavi laggiù a generare altre sofferenze.
Questo non posso sopportarlo, Andrea, ne va del senso che dò alla mia stessa esistenza, alla mia missione. Da un lato allevio e dall’altro sono complice? Non ce la faccio, amore.
E non ho alternative.
Io sono la cura, tesoro. La cura definitiva per le persone che soffrono. Non ha senso accettare quello che a loro il destino ha riservato. Una vita di lavoro e fatica, solo per finire in un letto d’ospedale a soffrire fino a quando il fato si sarà stufato di giocare con loro, e quando l’accanimento di familiari e scienziati da corsia avrà finito di prolungare le agonie. No, questo non va bene. Quella gente non se lo merita.
Io sono la cura, Andrea. Libero la gente dal dolore. Puoi capirmi, forse. E se non ci riesci, poco importa.
Non conosci il mio mondo come io non conoscevo il tuo, fin quando un freddo titolo di giornale non me lo ha raccontato.
Non agitarti, amore. Non puoi liberarti. Quello che ti ho iniettato ti ha già paralizzato dal collo in giù.
Non guardarmi così e no, non te lo levo il bavaglio. Rimani lì, sul nostro letto, e ascoltami. Tocca a me parlare.
Addio, Andrea.
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